Siamo spesso portati ad identificare la figura dell’informatico con quella di un geek, attorno ai 35 anni, un po’ timido, grandi occhiali e una passione smisurata per tutto ciò che è tecnologia. Nulla potrebbe essere più vicino all’idea di stereotipo della descrizione che abbiamo appena fatto.
In pochi lo sanno, ma l’informatica, soprattutto ai suoi albori fu una scienza al femminile e sono molte le figure di donne che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia della computer science. In questo articolo vogliamo parlarvi delle grandi donne, troppo spesso dimenticate, madri della moderna programmazione. Cominciamo!
Gli albori della programmazione: Ada Lovelace
La storia delle Computer Science comincia proprio con una grande scienziata che risponde al nome di Ada Lovelace. Ada era figlia d’arte, il padre, Lord Byron, assecondò il suo desiderio di ricevere un’educazione moderna e la spinse verso lo studio della matematica. Al giorno d’oggi Ada Lovelace viene considerata la prima programmatrice di sempre.
Nel 1843 la Lovelace elabora quello che è a tutti gli effetti il primo algoritmo strutturato per essere eseguito da un cervello meccanico, e ne illustra l’ipotetico funzionamento all’interno della leggendaria Macchina di Babbage, il motore analitico la cui costruzione non verrà mai portata a termine, ma la cui eredità è ancora visibile nei moderni personal computer.
La Seconda guerra mondiale: Lamarr, Bartik e Hopper
Facciamo un balzo in avanti nella storia, durante la Seconda guerra mondiale circa un secolo dopo. In questo periodo furono molte le figure femminili a distinguersi nel campo della programmazione: nel 1942 Hedy Lamarr, già affermata attrice cinematografica, riuscì a completare il percorso accademico in ingegneria e successivamente comincerà a lavorare al fianco di George Antheil al progetto noto come brevetto 2.292.387.
La sua fama tardò ad arrivare, certo essere una diva del cinema (all’epoca considerato uno stereotipo di scarsa cultura) in un epoca in cui i transistor non erano ancora stati inventati, non giocò certo a suo favore. Il frequency hopping cadde nel dimenticatoio, salvo poi venir recuperato a distanza di decenni come fondamento della moderna tecnologia wi-fi. 
Tra il 1945 e il 1946, un gruppo di sei donne guidate da Jean Bartik si occupa di codificare la maggior parte del software dell’ENIAC, il primo calcolatore general purpose della storia, impiegato prevalentemente per calcoli balistici nella misura di diverse migliaia di somme al secondo. Come le altre donne che le hanno precedute, anche il team della Bartik non vede riconosciuti i propri sforzi, al punto da doversi adattare a lavorare in laboratori di fortuna, come aule deserte e saloni.
Negli anni successivi ricordiamo Grace Hopper, ammiraglio della marina statunitense con un dottorato in matematica a Yale, che si occuperà di stilare un codice di istruzioni basato sulla lingua inglese. Da questo suo progetto, realizzato nei ritagli di tempo, viene elaborato COBOL, un linguaggio di programmazione tuttora in uso.
Già dopo questo breve elenco appare chiaro come l’informatica, almeno ai suoi albori aveva visto brillanti menti femminili a farla da protagonista. Come mai invece noi contemporanei siamo abituati a pensare alla figura del programmatore al maschile? Ci fu un importante cambio di tendenza nel ‘900, vediamo insieme di cosa si tratta.
Seconda metà del ‘900: un’inversione di tendenza
Potrà sembrare insolito, ma almeno fino agli anni ‘60 il software engineering viene fondamentalmente considerato un lavoro da donne, mentre al cosiddetto “sesso forte” è riservato tutto ciò che riguarda la manipolazione dell’hardware.
A testimonianza di quanto detto possiamo citare un noto articolo della rivista Cosmopolitan del 1967 , dedicato alle Computer Girls, contenente una dichiarazione della sovracitata Hopper, secondo la quale le donne hanno un talento naturale per la programmazione, essendo da sempre cresciute ed educate per essere persone ordinate e precise.
Tuttavia, verso la fine del decennio gli uomini si rendono conto che la programmazione non è affatto semplice, e di conseguenza che quello del programmatore può diventare un lavoro di prestigio e molto redditizio.
È a questo punto che la tendenza comincia ad invertirsi e il marketing dell’industria dei computer comincia a scoraggiare l’assunzione di personale femminile per i lavori di programmazione. Le campagne di dissuasione furono talmente importanti da proporrei test attitudinali stilati appositamente allo scopo di favorire i candidati maschi, fino a farne circolare di nascosto i risultati all’interno delle confraternite. È sempre a questo punto della storia che l’industria dell’intrattenimento contribuisce alla creazione dello stereotipo del geek: un nerd socialmente inetto e rigorosamente uomo. La percentuale di occupazione femminile nel mondo delle computer science tra gli anni ’60 e gli ’80 passa da circa il 50% a poco più del 35%.
Sempre negli anni ’80 viene decretato, più per pigrizia che a seguito di effettive ricerche di mercato, che il pubblico target dei videogames, ormai popolare forma di intrattenimento, debba essere quello dei ragazzi, operazione che involontariamente contribuisce ad allargare il sempre più consistente gender gap nel mondo dei computer.
Nelle università americane si assiste a un prepotente calo delle iscrizioni alle facoltà di informatica da parte delle studentesse: da quasi il 40% degli anni ’80 si precipita circa il 20% del 2010, cosa che non accade per gli altri corsi di laurea.
Donne e informatica oggi
Dopo decenni di preponderanza maschile, stiamo assistendo oggi ad una rivalutazione della figura femminile nel mondo informatico. Tendenza che tuttavia è ancora vista come non convenzionale. Basti pensare che dalla sua istituzione, nel 1966, ad oggi soltanto tre donne sono state insignite del Premio Turing, il Nobel dell’informatica: Francis Allen nel 2006, Barbara Liskov nel 2008 e Shafi Goldwasser nel 2012.
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